AMALTEO in LunaApri il libro de...
AMALTEO in Nei miei dieci anni ...
Notforever in LunaApri il libro de...
erica1cate in Il poetaPoeta mesto ...
astime in – 4 ...
Melina2811 in – 4 ...
Melina2811 in XIVa cuneo. C...
Fairygirl79 in Xè nuotato vi...
utente anonimo in Fu un momento imbara...
erica1cate in VIIINon è pi&...
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
visitato *loading* volte
La musa
Quando di notte attendo il suo arrivo,
La vita sembra appesa a un filo.
Che sono gli onori, la gioventù, la libertà
Davanti alla cara ospite col flauto in mano?
Ecco è entrata. Gettato il velo,
Mi ha guardata attentamente.
Le dico: “ Hai dettato tu a Dante
La pagine dell’Inferno?”. Risponde: “Io”.
Anna Achmatova
chiunque
tu prenda
è migliore di te
non sei tu
Ivan Achmet'ev
Luna
Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, la luna sempre, appare
tra due nuvole, spostandosi così piano che parrà
siano trascorse ore prima che tu giunga alla pagina seguente
dove la luna, ora più luminosa, fa scendere un sentiero
per condurti via da ciò che hai conosciuto
entro i luoghi in cui quello che ti eri augurato s’avvera,
la sua sillaba solitaria come una frase sospesa
sull’orlo del significato, in attesa che tu ne dica il nome
una volta ancora mentre alzi gli occhi dalla pagina
e chiudi il libro, sentendo ancora com’era
soffermarsi in quella luce, quell’improvviso paradiso di suono.
Mark Strand
Via Lagrange
(Lagrange…chi era Lagrange?) Ogni città
ha forse la sua via Lagrange. Ma una
nell'impaginazione del ricordo,
una sola s'imprime. Vive travi
di càrpini, condominii in decoro,
fioriere gremite di petunie.
Gli attici puntano verso le Alpi.
Proprio là dove segna la lapide
via Lagrange, spiovono molli frange
vegetali. Nell'ora dell'Angelus.
C'è una bella signora che piange.
Conta i passi, forse dieci, raggiunge
sull'angolo più lontano una conca
di viole. Tutto il balcone è alleanza:
il lampo del sole morente, la vampa
di quei fiori – e di lei già fuori campo,
quasi un pòlline, un senso di carminio.
Silvio Ramat 1991
Il poeta
Poeta mesto e severo,
Poveraccio, schiacciato dal bisogno,
Invano aneli spezzare
Con l’animo le catene della miseria!
Invano desideri sconfiggere
Col disprezzo le tue sventure
E, propenso alle radiose passioni,
Vuoi credere e amare!
La necessità più volte avvelenerà
I momenti di luminosi pensieri e fantasie,
Costringerà a dimenticare i sogni,
E indurrà a piangere lacrime amare.
Ma, quando, tormentato dai crucci,
Dimentico del lavoro sterile, gravoso,
Morirai di fame, sarà cinta
Coi fiori la croce sulla tua tomba!
Ivan Bunin
Nei miei dieci anni migliori
passati a sedere sulle valigie altrui
sono riuscito a scrivere una risposta
senza subordinate, inadatta alle signore.
Sdraiato dieci anni sullo stesso letto,
accompagnando con lo sguardo le schiene altrui,
sono riuscito a formulare un tale “basta”,
che, probabilmente, ne basterebbe anche metà.
Vi dico: non mi serve niente.
Cavatemi la colonna vertebrale - non crollerò.
Disfacendomi dirò: sprofonda! sparisci!
Quest’orrore popolato di persone in ogni caso
non mi raccoglierà, come il padre il soldato,
non mi costringerà col cuore a stringermi all’abisso.
Michail Ajzenberg
New York
ma qui mi sembra che… – ed alzai la testa
amore! guardalo è il Flatiron.
Ricordi come tutto era romantico?
L’arrivo in camminata sulla quinta;
Tiffany. C’inseguiva ovunque Ferragamo
tra un Dunkin Donuts ed uno Starbucks.
Le grandi opere erano li, superbe,
a grattare bene – il Chrysler, l’Empire –
e l’Arco di Harry e Sally, scontrino per le coppie.
Il ponte George Washington mentre la pioggia
faceva a pezzi il nostro ombrello dopo
una ardimentosa capatina a Chinatown.
E ancora sulla Bowery, le foto notturne,
gli autoscatti, gli scoiattoli di Union Square.
Le torri erano ancora su, più tardi resistemmo
al loro crollo, e non abbiamo resistito a noi.
Ci siamo dissolti ma New York si ricorda di noi
e noi ricordiamo lei, ma ciascuno per se stesso.
andrea, 4 marzo 2008
– 4 –
Non oserei difendere la mia condotta piena di difetti
per scusare i miei vizi muovendo armi sbagliate.
Confesso i miei errori, se confessarli giova a qualche cosa
e poi come un demente ricado in quelle colpe.
La odio e tuttavia lei che odio non posso non bramare.
Ciò che si vuol deporre, portare, ah quanto pesa!
Mi mancano le forze e il giudizio per darmi una condotta,
sono travolto come nave in acque agitate.
Non un tipo preciso di bellezza mi invita al desiderio,
cento ragioni sempre fanno che mi innamori.
Se una abbassa gli occhi modestamente a terra, io mi infiammo
perché l’insidia è fatta proprio di quel pudore,
e se un’altra è sfrontata l’amo perché non è inesperta e spero
che sappia come muoversi in un soffice letto,
e quella che è scontrosa quasi imitando le austere Sabine
penso che in fondo ne abbia voglia e che lo nasconda.
Se sei colta, mi piaci perché dotata di rari talenti,
di te che non lo sei l’ingenuità mi attrae.
E quella che i miei versi ai versi di Callimaco antepone
poiché le piaccio, quella a sua volta mi piace.
E anche l’altra che accusa me poeta e i miei versi, bramerei
su di me di sentirla pesare con le cosce.
E di un’altra mi attrae il molle passo. Un’altra invece è dura,
ma scioglierla potrebbe l’approccio di un amante.
Questa dal dolce canto, che con perizia modula la voce,
ecco vorrei rubarle i baci mentre canta.
Col suo pollice esperto questa percorre lamentose corde.
Chi mai non amerebbe così abili mani?
Quella si muove bene, le sue braccia hanno gesti cadenzati,
morbidamente inarca il fianco delicato.
Di me è meglio che taccia, ogni motivo basta a eccitarmi,
Ippolito al mio posto diventerà Priapo.
Tu che tanto sei alta eguagli quelle mie eroidi antiche
e distesa nel letto puoi occuparlo tutto,
quest’altra poi, che è piccola, la tocco bene, e mi turbano entrambe
ogni donna, alta o piccola, ai miei voti risponde.
Non è elegante. Penso che cosa mai sarebbe se lo fosse.
Si veste riccamente? vieppiù esalta i suoi pregi.
Mi piacerà una donna di pelle bianca o di pelle dorata,
ma esiste anche in un corpo bruno sensuale amore.
Se su un collo bianchissimo neri capelli cadono, ebbene
Leda attrasse gli sguardi con la sua chioma scura.
Sono biondi? anche Aurora piaceva per i suoi capelli d’oro.
Il mio amore in qualunque storia si riconosce.
Tenera età mi attira ma più matura età pure mi tocca,
un bel corpo prevale in questa, in quella il senno.
Insomma, quante sono ammirate in Roma da ogni parte,
tutte, tutte le vuole l’ambizioso mio amore.
OVIDIO – Amores
XIV
a cuneo. Con lo sguardo in un altro paesaggio, questo cuneo
acuto riterremo che sia il nostro gomito comune
che sporge in fuori e, come nel proverbio russo,
mordere non è dato a te o a me,
né tanto più baciare. In questo senso
noi due ci siamo uniti; anche se
il letto non ha fatto neppure uno scricchiolio.
Esso ora è il mondo intero, con una porta sul lato,
ma anche quella porta – che sa solo le cose per sentito dire –
serve soltanto per andare via.
XIII
Come ci chiamavamo, tu ed io, non ha
importanza; basta dire per me cinghia per te camicetta,
per vedere nella specchiera (come fare la carità
a un cieco) che conviene a noi appunto l'anonimia,
come in fondo a ogni cosa viva, cancellata dalla faccia della
terra, quando comandano in silenzio “fuoco!” tutte le cellule.
Le cose hanno dei limiti. La lunghezza, anzitutto,
l'incapacità di spostarsi. E il nostro diritto
al “qui” non si estendeva oltre l'ombra che in una giornata chiara
sopra i mucchi di neve cadeva dalla legnaia
Josif Brodskij 1982
XII
Nei paesetti con le cantine piene di carabattole
come le foto degli altri, non si tengono le carte,
neanche da gioco, come a porre un termine
agli attentati del destino contro l'impotenza dei corpi.
esiste carta: da parati; e l'abitato
grazie ad essa è difeso dalle pastoie esterne
così bene che il fumo cerca di tornare indietro
dentro il tubo da cui è uscito e di non toccare la facciata;
e dietro a sé si lasciano soltanto tracce
unite insieme in un'unica macchia bianca.
Josif Brodskij